Storia

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Firenze è la culla del calcio, il luogo dove il calcio prende forma e nome.

Tutto comincia con il Calcio Fiorentino, diffuso nel tardo Quattrocento e sviluppatosi nei due secoli successivi, che alla fine del XIX secolo influenza i pionieri fiorentini del football moderno, il calcio all’inglese. Nel 1898 nasce il Florence Football Club, che subito attribuisce a Firenze l’antica e nobile origine di questo sport.

Nel 1909 il Florence Football Club cessa di essere menzionato nelle cronache cittadine e, tra la fine del 1912 e l’inizio del 1913, si formano le sezioni calcio delle due più gloriose e antiche società sportive cittadine: il Club Sportivo Firenze, sorto nel 1870 come sodalizio dedicato al ciclismo, e la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas, nata nel 1877 e consacrata alle arti della ginnastica.

Dopo la Grande Guerra, che interrompe le attività calcistiche, le due squadre danno vita a un acceso dualismo che viene spento il 29 agosto del 1926 quando il marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, presidente del Club Sportivo Firenze, forte del suo potere politico, persuade i soci dei due club a fondere le rispettive sezioni calcio nell’Associazione Fiorentina del Calcio. Quel giorno nasce la Fiorentina.
La neonata Fiorentina viene iscritta al campionato di Prima Divisione, secondo per importanza solo al campionato di Divisione Nazionale, in un contesto caotico per il calcio italiano, che avvia la stagione sportiva solo dopo l’approvazione della “Carta di Viareggio” (il documento che sottopone il mondo del calcio al regime fascista).

Il primo direttore tecnico è il cav. Gino Agostini. La Fiorentina eredita dalla P.G.F. Libertas il campo da gioco dello stadio di via Bellini, l’allenatore ungherese Károly Csapkay e la maggior parte dei giocatori della rosa, compreso il difensore magiaro Árpád Posteiner, il primo straniero della Fiorentina.

Protagonista assoluto di quella prima stagione ufficiale è Rodolfo Volk (che per motivi di leva militare giocherà tutto il campionato sotto il falso cognome di Bolteni) il quale realizza 11 reti tra cui anche il primo gol ufficiale della Fiorentina nello stadio di via Bellini il 3 ottobre 1926 contro il Pisa, partita che si conclude con un 3-1 per i gigliati. In campionato la squadra si classifica al sesto posto. La stagione si conclude con la partecipazione alla Coppa Arpinati dove la Fiorentina arriva al secondo posto nel proprio girone. In quella prima stagione, i biancorossi disputano anche il loro primo incontro internazionale battendo in casa per 3-1 gli svizzeri del F.C. Lugano.

Nel 1927-28, a causa della mancata iscrizione della Messinese, la squadra gigliata partecipa al girone D di Prima Divisione, composto da squadre dell’Italia centro meridionale. Nonostante le faticose trasferte, la Fiorentina si piazza al secondo posto e, grazie alla modifica dei campionati nazionali voluta dal Direttorio Federale, viene ripescata e ammessa al campionato di Divisione Nazionale.

Ma la squadra non è pronta a competere a questo livello e l’anno successivo, nonostante che Gyula Feldmann (“sor Giulio”) affianchi Csapkay sulla panchina, termina la stagione con il ritorno in Serie B.

Il 22 settembre 1929, prima dell’inizio del campionato di serie B 1929-30, la Fiorentina inaugura la nuova divisa di colore viola, in occasione di un’amichevole contro la Roma. In campionato, dopo un inizio altalenante, la squadra si riprende e si piazza al quarto posto.

Nell’estate del 1930 arrivano importanti rinforzi che contribuiscono a raggiungere il primo posto a pari merito con il Bari e la prestigiosa promozione in serie A.
Nel 1931-32 la Fiorentina arriva alla ribalta nazionale grazie al suo bel gioco, allo splendido stadio e a quel gruppo di giocatori che stanno diventando campioni. Tra questi si ricorda l’uruguaiano Pedro Petrone detto “Artillero” il quale, con 25 reti in 27 partite giocate, contribuisce a portare la Fiorentina al quarto posto in classifica. Dopo una gara di allenamento contro il Montevarchi giocata il 10 settembre nel nuovo stadio, il 13 settembre 1931 l’amichevole con l’Admira Vienna (vinta per 1-0) inaugura ufficialmente lo stadio Giovanni Berta: per l'occasione il pallone viene lanciato dal cielo dal celebre aviatore fiorentino Vasco Magrini, libratosi appositamente in aria con il proprio biplano “Ciabatta”. Il 22 novembre 1931, prima della partita casalinga contro la Roma, risuonano per la prima volta le note di quello che da quel giorno sarà l’inno della Fiorentina: “Canzone Viola”, composto da Marcello Manni e Marco Vinicio e reso intramontabile da Narciso Parigi.

Nella stagione successiva la Fiorentina comincia a strutturarsi per il salto di qualità. Se da un lato arrivano nuove risorse come Carlos Gringa, Vicente Sarni e Germán Antonioli, dall’altro proprio Petrone nel 1933, dopo aver castigato (con una rete di testa) la Juventus capolista e campione in carica, in seguito a semplici divergenze tecniche, lascia Firenze scappando nella notte.

Il quinto posto fa guadagnare a Rady, subentrato a Felsner, la conferma della panchina per il campionato successivo, nel quale raggiunge un sesto posto che non soddisfa i tifosi.

Gli succede Guido Ara che nel 1934-35 porta alla Fiorentina il titolo di campione d’inverno. Solo un grave infortunio ad Arrigo Morselli arresta la corsa gigliata che termina con un terzo posto finale e la qualificazione alla Coppa dell'Europa Centrale (Mitropa Cup).

Le annate seguenti sono segnate da un costante declino tecnico. A Guido Ara succedono prima Ottavio Baccani e poi Ferenc Molnár il quale, nel 1937-38, conclude il primo importante ciclo della A.C. Fiorentina con un’amara retrocessione in serie B.
Nel 1939 la Fiorentina ritorna nella serie maggiore sotto la direzione del tecnico austriaco Rudolf Soutschek e nel 1940, con una squadra ben rinforzata sotto la guida del tecnico Giuseppe Galluzzi, vince il suo primo trofeo. In Coppa Italia batte il Milan per 5-0 e la Lazio per 4-1, poi in semifinale supera la Juventus con doppietta di Celoria e gol di Baldini e arriva alla finale contro il Genova 1893. Il 16 giugno 1940, allo stadio Giovanni Berta di Firenze, la rete di Celoria al 26’ mette fine alle schermaglie iniziali, mentre il portiere Griffanti salva il risultato a poco meno di dieci minuti dal termine.

Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra. La Fiorentina 1940-41 marcia discretamente in campionato trascinata da Romeo Menti supportato da Geigerle e da un giocatore che lascerà il segno, Ferruccio Valcareggi, ricordato per eleganza di gioco, correttezza e lealtà in campo. La coppia Menti-Valcareggi realizza ben venticinque reti e porta la Fiorentina al terzo posto finale con la soddisfazione di aver segnato ben tredici reti alla Juventus in tre incontri fra Campionato e Coppa Italia in una sola stagione: un record.

Nelle due stagioni successive la Fiorentina, priva di Menti ceduto al Torino, ottiene un nono ed un sesto posto. Nel frattempo la guerra coinvolge anche gli atleti gigliati. Durante il secondo conflitto mondiale perdono la vita Armando Frigo (fucilato nel 1943), Bruno Neri (caduto in un conflitto a fuoco nel 1944) e Vittorio Staccione (deceduto nel 1945 nel campo di concentramento di Mauthausen-Gusen).

Nella stagione 1943-44 la difficoltà negli spostamenti e l’indisponibilità dello stadio, requisito dagli alleati, costringono la Fiorentina ad amichevoli non ufficiali, anche contro rappresentative militari alleate, fino a quando nella primavera del 1945 la Commissione comunale per la riorganizzazione dello sport a Firenze presieduta dall’avv. Arrigo Paganelli (presidente della Fiorentina) avvia il campionato regionale misto, o campionato Toscano di guerra. Il torneo, iniziato nell’aprile 1945, si conclude a fine luglio con la vittoria dei viola in finale contro la Pro Livorno.
La corsa al primo tricolore inizia con l’infortunio a Claudio Bizzarri che si tramuta in una preziosa occasione per Maurilio Prini.

Dopo il successo di misura sul Padova, arriva la prima vittoria esterna con un 4-0 a Torino contro la Juventus, gara che vede Julinho e Virgili affinare la loro intesa e una rete di Ardico Magnini da incorniciare, dopo una corsa solitaria di settanta metri per battere poi di potenza.

Il pareggio di Vicenza consegna alla Fiorentina la vetta della classifica, seppure in coabitazione con l’Inter. Una settimana più tardi il 2-0 inflitto al Torino proietta i viola da soli al comando. Non si fermeranno più.

Memorabile il successo di San Siro contro il Milan, con le reti di Montuori e di Virgili nel giro di un minuto, dove la Fiorentina, pur priva di Julinho, dimostra di essere nettamente superiore ai rossoneri. Merito del portiere rossonero Buffon se il passivo non diventa superiore.

Il giorno di San Silvestro la Fiorentina batte 4-2 il Napoli sul neutro dello stadio Olimpico di Roma, con la prima diretta televisiva di una partita di calcio.

E via con il girone di ritorno, in una marcia inarrestabile a suon di gol superando ogni squadra che le si oppone. Fino al 6 maggio del 1956 quando, con il gol di Julinho, sesto ed ultimo personale nella stagione, la Fiorentina pareggia a Trieste e conquista matematicamente il suo primo, meritatissimo scudetto con ben cinque giornate di anticipo.

Questa la storica formazione viola che, costruita dal presidente Enrico Befani e guidata dall’allenatore Fulvio Bernardini, regala a Firenze il primo tricolore: Sarti, Magnini, Cervato, Chiappella, Rosetta, Segato, Julinho, Gratton, Virgili, Montuori, Prini. E poi a disposizione Toros, Bartoli, Carpanesi, Mazza, Orzan, Scaramucci e Bizzarri.
La Coppa Grasshoppers viene disputata nell’arco di cinque anni (dal 1952 al 1957) con la formula del girone unico, con gare di andata e ritorno; per la prima volta nel dopoguerra, le rappresentanti di sei diverse nazioni danno vita a un torneo continentale. Prima del secondo conflitto mondiale, solo la Mitropa Cup aveva raccolto rappresentanti di così tanti diversi paesi europei, ma la competizione organizzata dalla società svizzera ebbe il grande merito di spostare più a occidente il baricentro dell’Europa calcistica, divenendo la progenitrice della Coppa delle Città di Fiera (prima edizione datata 1955-58).

L'8 maggio 1957 termina la lunga competizione e per i gigliati arriva il primo storico trionfo in una manifestazione internazionale. La classifica, dopo i vittoriosi viola, vede in fila: i francesi del Nice, gli jugoslavi della Dinamo Zagreb, gli austriaci dell’Austria Wien, i tedeschi dello Schalke 04 e gli svizzeri del Grasshopper Club Zürich.

Nel frattempo, la conquista del primo titolo di campione d'Italia permette alla Fiorentina di iscriversi alla seconda edizione della Coppa dei Campioni. Il torneo, al suo esordio, ha avuto un tale successo che anche i blasonati fondatori del football, gli inglesi, assenti alla prima edizione, decidono di parteciparvi con la squadra del Manchester United. Dopo aver eliminato in sequenza gli svedesi del Norrköping, i campioni svizzeri del Grasshopper Club Zürich e gli jugoslavi della Crvena Zvezda (Stella Rossa di Belgrado), la Fiorentina è la prima squadra italiana a disputare una finale di Coppa dei Campioni.

Il 30 maggio 1957 la Fiorentina gioca la partita più importante della sua storia al Santiago Bernabeu davanti a 125.000 spettatori contro il Real Madrid del fortissimo Di Stefano. I viola giocano una grande partita e cedono al Real per 2-0 solo dopo un grave errore dell'arbitro olandese Leo Horn che assegna un rigore a favore degli spagnoli, a circa venti minuti dalla fine, per un fallo commesso da Magnini nettamente al di fuori dell'area di rigore. All'indomani la stampa locale sarà prodiga di lusinghieri commenti sulla prova dei campioni d'Italia, dimostratisi all'altezza del grande evento.
A frenare la Fiorentina del post tricolore sono gli infortuni e così i viola in campionato si fermano al secondo posto a sei punti dal Milan, ma la Fiorentina è ormai una grande del calcio italiano.

L’anno successivo la squadra conferma le sue potenzialità e lotta testa a testa con la Juventus che vincerà il campionato. Dopo qualche pareggio di troppo sarà ancora secondo posto. I tifosi affollano lo stadio Comunale fino all’inverosimile e nel dicembre 1957, proprio durante la gara contro la Juventus, le balaustre del settore di maratona non reggono alla pressione e crollano. Per fortuna non ci saranno vittime. La seconda finale di Coppa Italia della storia viola ha un esito infausto per colpa di Maurilio Prini, fiorentino di Le Sieci ed ex viola, che con un suo gol consegna la coppa alla Lazio.

Nel 1958 a Fulvio Bernardini subentra l’ungherese Lajos Czeizler, teorico del calcio offensivo, che dà vita a una delle squadre più spettacolari della storia del calcio italiano, con il record di 95 reti messe a segno dai vari Hamrin, Lojacono, Montuori e Petris. I viola, a sei giornate dalla fine, sono in testa a pari merito con i rossoneri, ma incappano in una inattesa sconfitta casalinga contro la Spal, e il Milan torna di nuovo davanti lasciando ai viola soltanto il secondo posto.

Nel 1959-60 è la volta del tecnico argentino Luis Carniglia proveniente dal Real Madrid. La squadra perde un caposaldo, Sergio Cervato, che va alla Juventus. Ed è proprio la Vecchia Signora a piazzarsi prima, davanti alla Fiorentina che, per la quarta volta consecutiva, arriva al secondo posto. Questa sfortunata stagione (i bianconeri battono i viola anche in finale di Coppa Italia) chiude il ciclo più bello ed esaltante della storia viola.

Il 5 giugno del 1960 il Comitato Organizzativo Mitropa, in coordinamento con le Federazioni Nazionali, ufficializza il calendario della prima edizione della Coppa delle Coppe, torneo riservato alle squadre vincitrici delle rispettive coppe nazionali. Le squadre partecipanti sono le dieci rappresentanti delle principali nazioni calcistiche europee: Austria, Cecoslovacchia, Germania Occidentale, Germania Orientale, Inghilterra, Italia, Jugoslavia, Scozia e Svizzera e Ungheria. La Fiorentina, partecipante italiana in quanto finalista della Coppa Italia vinta dalla Juventus (iscritta alla Coppa dei Campioni), arriva alla doppia finale contro gli scozzesi dei Rangers di Glasgow. Nonostante l’assedio dei padroni di casa, la gara di Ibrox Park del 17 maggio 1961 si conclude con uno 0-2 grazie alla doppietta di Luigi Milan. Nella finale di ritorno a Firenze il 27 maggio 1961 la Fiorentina vince per 2-1 grazie alle reti di Milan ed Hamrin e conquista così la prima edizione della Coppa delle Coppe. Due settimane dopo, l’11 giugno, è in programma a Firenze la finale di Coppa Italia: la Fiorentina stavolta batte la Lazio per 2-0, grazie alle reti di Petris e Milan. La Fiorentina chiude così la stagione 1960-61 mettendo in bacheca due prestigiosi trofei, a dimostrazione di un elevato tasso tecnico e di una guida, quella dell’ungherese Nándor Hidegkuti, saggiamente offensiva. L’unica nota di tristezza riguarda Miguel Angel Montuori, che quell’anno è costretto a chiudere la carriera a soli 29 anni per una pallonata al volto.
Il 1961-62 è l’anno della mancata doppietta in Coppa delle Coppe nella finale ripetuta contro l’Atletico Madrid. La squadra, ancora guidata da Hidegkuti, conduce un campionato di vertice e si piazza al terzo posto dietro alle due milanesi. Il centravanti viola Aurelio Milani vince la classifica marcatori a pari merito con il milanista Altafini. Da questo momento la Fiorentina intraprende un percorso di ringiovanimento della rosa che la accompagnerà verso il secondo tricolore, ma il primo anno di Ferruccio Valcareggi si conclude con un anonimo sesto posto.

La svolta avviene nell’ottobre del 1963 quando, complice una non limpida situazione societaria, Giuseppe Chiappella prende il posto del futuro Commissario Tecnico della Nazionale ed accompagna la squadra al quarto posto finale. Si affermano i due giovani difensori Brizi e Ferrante, mentre Hamrin stabilisce uno straordinario record mettendo a segno ben cinque gol nella trasferta di Bergamo. Nella stagione 1964-65 le delusioni delle eliminazioni in Coppa Italia e in Coppa delle Fiere sono attenuate dal quarto posto confermato dai giovani viola. La finale di Coppa Mitropa viene persa di misura contro i fortissimi ungheresi del Vasas di Budapest.

Il 1965-66 è da ricordare. Arrivano altre due colonne del secondo scudetto come De Sisti e Rogora e si affermano i giovanissimi Merlo e Chiarugi. Ma soprattutto i viola mettono in bacheca altri due trofei: la Coppa Italia e la Mitropa Cup. In Coppa Italia la squadra di Chiappella batte agevolmente Genoa, Palermo e Catania per poi eliminare anche il Milan a San Siro. L’ultimo ostacolo verso la finalissima è l’Internazionale campione del mondo di Helenio Herrera. Al novantesimo, con il risultato di 1-1, quando sembrano inevitabili i tempi supplementari, su lancio di Castelletti, Hamrin riesce a depositare in rete. La Fiorentina, dopo cinque anni, può disputare la sua quinta finale di Coppa Italia. L’avversario dei viola è il Catanzaro. La formazione della Fiorentina che all’Olimpico di Roma si aggiudica il terzo successo in questa competizione è la seguente: Albertosi, Pirovano, Rogora, Bertini, Ferrante, Brizi, Hamrin, Merlo, Brugnera, De Sisti, Chiarugi. La stagione non è però terminata, perché il 19 giugno del 1966 la Fiorentina conquista anche la prestigiosa Mitropa Cup battendo al Comunale i cecoslovacchi dello Jednota Trenčín.

Il 1966-67 è una stagione negativa, ricordata per la terribile alluvione di Firenze ed anche per essere l’ultima di Kurt Hamrin che verrà ceduto al Milan in cambio di Amarildo. Viene inserito in squadra il giovane Esposito, ma i laboriosi processi di crescita e di maturazione di una squadra con un’età media bassissima portano a risultati non entusiasmanti, sia in campionato che nelle coppe. L’anno seguente il Presidente Nello Baglini esonera Chiappella affidando la squadra al duo Bassi-Ferrero, il primo come allenatore, il secondo nel ruolo di direttore tecnico. Arrivano il centravanti Maraschi ed il terzino Mancin, mentre, dopo due anni tra le riserve, il giovane portiere Superchi inizia a farsi notare in prima squadra. Il campionato 1967-68 termina con il quarto posto, tra qualche recriminazione e tante aspettative per il futuro.
La stagione tricolore del 1968-69 non vede i viola partire tra i favoriti. A fari spenti la Fiorentina esordisce con una vittoria all’Olimpico contro la Roma di Helenio Herrera. Dopo l’unica sconfitta stagionale contro il Bologna, il successo a San Siro contro l’Inter dà inizio alla galoppata verso il secondo scudetto. Le vittorie della Fiorentina si susseguono e sono tutte vittorie ottenute di stretta misura, a testimoniare la pragmaticità e la disciplina tattica della squadra allenata da Bruno Pesaola, un argentino che carica i suoi ragazzi con le canzoni di Peppino Gagliardi. Ci si rende presto conto che la squadra yé-yé, voluta dal presidente Nello Baglini, è cresciuta ed è matura per essere una seria pretendente al titolo. Prima delle feste natalizie si chiude l’anno con un altro successo, sul Palermo, quanto mai opportuno dopo la batosta di Lisbona 3-0 col Vitória Setúbal nella Coppa delle Fiere.

La Fiorentina prosegue il campionato lottando al vertice con Cagliari e Milan. Alla ventunesima giornata i viola travolgono il Vicenza e conquistano definitivamente la vetta della classifica. Dopo la vittoria casalinga contro il Pisa, la Fiorentina giunge a due giornate dalla fine con due punti di vantaggio sul Milan e tre sul Cagliari. Alla penultima giornata i viola sono impegnati a Torino sul campo della Juventus, dove sono seguiti da più di diecimila tifosi provenienti da Firenze ed altrettanti accorsi da tutto il Nord Italia. Sugli spalti migliaia di bandiere viola e bianconere si mescolano e si confondono, ma per una volta la Juventus deve accontentarsi di recitare un ruolo da comprimaria. Infatti, dopo un primo tempo equilibrato in cui Superchi si distingue per un paio di ottime parate, nella ripresa i ragazzi di Pesaola sferrano l’affondo decisivo con i gol di Chiarugi e Maraschi. Grazie al contemporaneo pareggio del Milan, la Fiorentina, a distanza di tredici anni dal primo scudetto, è matematicamente campione d’Italia per la seconda volta nella sua storia.

Sul prato del Comunale di Torino i giocatori festeggiano insieme ai ventimila sugli spalti, mentre a Firenze esplode una gioia incontenibile. In serata, durante “La Domenica Sportiva” in onda sulla RAI, Ugo Ferrante manterrà la promessa fatta dopo la sconfitta contro il Bologna, e dovrà subire in diretta televisiva il taglio della sua famosa chioma bionda.

Firenze accoglie festante i suoi eroi: Superchi, Rogora, Mancin, Esposito, Ferrante, Brizi, Chiarugi, Merlo, Maraschi, De Sisti, Amarildo, Bandoni, Cencetti, Danova, Mariani, Pirovano, Rizzo e Stanzial.

L’ultima gara casalinga contro il Varese è solo il pretesto per una festa infinita, in un tripudio di bandiere viola, all’interno dello stadio così come in giro per tutta la città.
Con lo scudetto cucito sulle maglie, la Fiorentina 1969-70, impegnata su quattro fronti, conosce una stagione discontinua che si chiude con il quarto posto in campionato e la qualificazione alla Coppa delle Fiere. I viola onorano la Coppa dei Campioni, dalla quale, dopo una memorabile vittoria a Kiev davanti a centomila spettatori (prima vittoria di una squadra italiana in URSS), vengono eliminati dal Celtic nei quarti di finale. Eliminazione ai quarti anche in Coppa Italia, mentre la Coppa delle Alpi sfugge soltanto in finale contro il Basilea. A metà del campionato seguente, il presidente Baglini sostituisce l’allenatore Pesaola con Oronzo Pugliese, il “mago di Turi”, che porta la Fiorentina a salvarsi dalla serie B per la migliore differenza reti nei confronti del Foggia.

Nel 1971 il nuovo presidente Ugolini chiama in panchina il tecnico svedese Nils Liedholm, che recupera alcuni campioni d’Italia del ’69 e inserisce nuovi acquisti (come il centravanti brasiliano Clerici), chiudendo il campionato 1971-72 al quinto posto a pari merito con l’Inter e qualificandosi per la Coppa UEFA. I viola guadagnano anche la finale di Mitropa Cup ma nell’ottobre 1972 vengono battuti dai bosniaci del Čelik Zenica. La stagione 1972-73, che si conclude con il quarto posto finale, ancora a pari merito con l’Inter e con un’altra qualificazione alla Coppa UEFA, è quella dell’esordio in serie A di Caso, Roggi e soprattutto di Giancarlo Antognoni. La classe ha la meglio anche sull’emozione dei suoi diciotto anni e quel giorno a Verona la Fiorentina assiste alla nascita di uno dei giocatori più importanti della sua storia. In questa stagione i viola perdono la finale del Torneo Anglo-Italiano contro il Newcastle.

L’anno seguente Gigi Radice subentra a Liedholm con un calcio aggressivo e spettacolare ma, dopo un fantastico girone di andata, l’inesperienza ed il calo fisico per un gioco troppo dispendioso portano ad un crollo di risultati ed al sesto posto finale. Nel 1974-75 Nereo Rocco sostituisce Radice ma deve fare a meno di De Sisti, ceduto alla Roma. Terminata la stagione all’ottavo posto, il tecnico triestino torna a Milano lasciando al suo vice Mario Mazzoni il compito di guidare la squadra nella fase finale della Coppa Italia, trofeo che viene conquistato il 28 giugno 1975 allo stadio Olimpico di Roma vincendo la finalissima contro il Milan, grazie ai gol di Casarsa, Guerini e Rosi. La formazione che scende in campo è composta da Superchi, Beatrice (Lelj e poi Rosi), Roggi, Guerini, Pellegrini, Della Martira, Caso, Merlo, Casarsa, Antognoni, Desolati. In tribuna c’è anche il futuro allenatore Carletto Mazzone.

La vittoria consente alla Fiorentina di partecipare alla Coppa delle Coppe (eliminata agli ottavi) ed alla finale di Coppa di Lega Italo-Inglese, che viene vinta battendo il West Ham United sia a Firenze che a Londra. In campionato però la squadra allenata da Carletto Mazzone non brilla ed al termine della stagione vengono ceduti Superchi, Brizi e Merlo, gli ultimi rappresentanti del secondo scudetto. Nel 1976-77 i viola ottengono un ottimo terzo posto e la relativa qualificazione alla Coppa UEFA.

Nel 1977-78 soltanto nell’ultima giornata la Fiorentina riesce a mettere tre squadre dietro di sé in classifica e ad evitare la retrocessione. I viola si salvano grazie alla migliore differenza reti rispetto a Genoa e Foggia. Mentre la Fiorentina pareggia in casa con il Genoa, provvidenziale si rivela un gol dell’interista Scanziani al Foggia. In questa travagliata stagione si registra un doppio cambio in panchina (Mazzone rilevato da Mazzoni e quest’ultimo sostituito da Chiappella), mentre il presidente Ugolini si dimette e viene sostituito da Rodolfo Melloni.

Paolo Carosi è il tecnico delle due stagioni successive. Nel 1978-79, dopo un buon inizio al quale segue una serie negativa di undici partite senza vittorie, la Fiorentina si rialza e chiude il campionato con un buon sesto posto a pari merito con il Napoli. La stagione 1979-80 è segnata dalla scomparsa del presidente Melloni. La poltrona viene occupata temporaneamente da Enrico Martellini che traghetterà la Fiorentina verso la prima gestione manageriale della sua storia, quella della famiglia Pontello. Lo scandalo delle scommesse clandestine, il cosiddetto Totonero, non coinvolge la società gigliata né suoi calciatori. La squadra, partita maluccio, chiude al sesto posto finale, divenuto poi quinto per la retrocessione a tavolino del Milan.
L’estate del 1980 segna l’arrivo della famiglia Pontello alla guida della società e la riapertura delle frontiere per i calciatori stranieri. Dopo una sconfitta ad Ascoli, l’allenatore Carosi viene rilevato da Giancarlo “Picchio” De Sisti, che sfiora la qualificazione alla Coppa UEFA.

Nel 1981-82 le polemiche per la nuova maglia e per il nuovo giglio stilizzato scelti dalla società vengono mitigate da una ricca campagna acquisti che porta a Firenze Graziani, Pecci, Massaro, Monelli, Cuccureddu e Vierchowod. Il campionato, turbato dal grave infortunio alla testa del capitano Antognoni contro il Genoa, fa sognare i tifosi, ma l’illusione del terzo scudetto svanisce all’ultima giornata quando il pareggio viola a Cagliari e la contemporanea vittoria della Juventus a Catanzaro, tolgono alla Fiorentina la possibilità di giocarsi il tricolore in uno spareggio.

Si riparte con Daniel Passarella (capitano della nazionale argentina) al posto di Vierchowod, ma il mancato rinnovamento viene pagato con l’eliminazione da Coppa Italia e Coppa UEFA e un campionato anonimo che termina con un quinto posto, ben al di sotto delle aspettative della vigilia.

Grazie al lavoro di Italo Allodi, entrato in società nel gennaio 1983 per gestire le operazioni di mercato, arrivano a Firenze Oriali e Pasquale Iachini, mentre Monelli torna dal prestito per sostituire Graziani ceduto alla Roma. In quel campionato 1983-84 la Fiorentina torna nelle zone altissime della classifica, mostrando un gioco offensivo e spettacolare, ma un altro grave infortunio al capitano Antognoni fa perdere la convinzione di poter lottare per il titolo e la squadra conclude al terzo posto, qualificandosi per la Coppa UEFA.

Nella stagione successiva, il 1984-1985, arrivano Claudio Gentile e la stella brasiliana Sócrates, ma l’indisponibilità di mister De Sisti e la perdurante assenza di Antognoni fanno svanire i sogni di gloria. La stagione, durante la quale la dirigenza sostituisce De Sisti con Ferruccio Valcareggi, verrà ricordata per l’eliminazione dalla Coppa UEFA ad opera dell’Anderlecht ed il nono posto in campionato.

Scottati dalla negativa e costosa esperienza Sócrates, si decide, con il nuovo direttore generale Claudio Nassi, di puntare sui giovani. All’inizio della stagione 1985-86 arrivano Roberto Baggio dal Lanerossi Vicenza (mai impiegato per infortunio) e Nicola Berti dal Parma. Altri ottimi giovani del vivaio guadagnano la fiducia del nuovo allenatore Aldo Agroppi il quale, anche grazie a vittorie esaltanti contro Milan, Inter e Juventus ed al successo di Pisa all’ultima giornata, porta la squadra alla qualificazione in Coppa UEFA. Ma i contrasti con la tifoseria, relativi all’impiego di Antognoni, ne impediranno la riconferma. Passarella segna 11 gol, nuovo record italiano per un difensore.

La famiglia Pontello, delusa e indispettita, si defila ed affida la presidenza alla figura manageriale di Pier Cesare Baretti, ex giornalista e dirigente di Lega. Baretti rompe con la coppia Agroppi-Nassi e chiama in panchina Eugenio Bersellini. La campagna acquisti conferma il disimpegno della proprietà che cede Galli e Massaro al Milan e Passarella all’Inter. La porta è difesa dal giovane Landucci, in difesa torna Galbiati ed in attacco arrivano Ramón Díaz e Alberto Di Chiara. Il campionato 1986-87 è quello dell’esordio di uno dei più grandi talenti del calcio italiano. La grande tradizione dei numeri 10 in maglia viola continua grazie a Roberto Baggio, classe 1967, il quale, nonostante un inizio sfortunato per i continui problemi al ginocchio, segnerà la storia di Firenze. Dopo l’esordio contro la Sampdoria alla seconda giornata, tornerà in campo solo nelle ultime partite di campionato segnando il suo primo gol in serie A allo stadio San Paolo in festa per il primo scudetto del Napoli di Maradona. Purtroppo la stagione è grigia. Eliminati già a settembre da Coppa Italia e Coppa UEFA, in campionato le cose vanno anche peggio: con una sola vittoria nei primi otto incontri, la Fiorentina termina appena sopra la zona retrocessione. Giancarlo Antognoni saluta Firenze per andare a giocare nel campionato svizzero con il Lausanne-Sports.

Nel 1987 c’è ancora un cambio tecnico alla guida della squadra. Il presidente Baretti punta sullo svedese Sven-Göran Eriksson che, sulla panchina della Roma aveva messo in mostra un calcio spettacolare. Il rettore di Torsby chiama dal Göteborg il difensore Hysén, suo connazionale. Dal Pescara arrivano Bosco a centrocampo e Rebonato in attacco, mentre lasciano Firenze Gentile e Oriali. L’inizio, con la vittoria a San Siro contro il Milan, è promettente. Ma prima di Natale l’ambiente viola è sconvolto dalla tragica scomparsa di Baretti in un incidente aereo. La famiglia Pontello lo sostituisce con un altro presidente manager, l’ex arbitro Lorenzo Righetti, anch’egli piemontese ed ex dirigente di Lega. La discontinuità di risultati frutta soltanto una posizione di centro classifica, mentre in Coppa Italia i viola, dopo aver vinto a Napoli per 3-2, si fanno incredibilmente eliminare dai partenopei perdendo il ritorno a Firenze per 3-1.

Con Berti e Diaz ceduti all’Inter, continua l’emorragia di pezzi pregiati, ma gli arrivi di Dunga dal Pisa e soprattutto di Stefano Borgonovo, in prestito dal Milan, riescono a compensare quelle partenze. Anzi, la nuova coppia Baggio-Borgonovo stupisce tutti e, grazie ad un’ottima intesa, colleziona ben 29 gol. Curiosamente sarà il vecchio bomber Pruzzo, arrivato a Firenze dalla Roma al termine della carriera, a portare la Fiorentina in Coppa UEFA, segnando il gol decisivo nello spareggio di Perugia, proprio contro la sua ex squadra.

La stagione 1989-90 è l’ennesimo spartiacque di epoche sportive viola. Un campionato travagliato, molte gare giocate fuori Firenze a causa dei lavori allo stadio per i mondiali, con una salvezza giunta soltanto alla fine, e un cammino in Coppa UEFA per certi versi esaltante e giunto fino all’epilogo finale, sono lo stridente contrasto di emozioni che culmineranno a fine stagione con la cessione di Roberto Baggio alla Juventus e il passaggio di mano del club dai Pontello ai Cecchi Gori. Il tecnico scelto è Bruno Giorgi. I risultati non arrivano se non nella competizione continentale (giocata tutta a Perugia) e la società, allo scopo di salvare il salvabile, affida la guida tecnica della squadra per gli ultimi due mesi a Francesco Graziani. In campionato l’obiettivo è raggiunto all’ultima giornata, ma la delusione della finale UEFA persa tra le polemiche nel doppio confronto con la Juventus e la rabbia per la cessione di Baggio fanno esplodere la rivolta dei tifosi.
Nel 1990 Mario Cecchi Gori ed il figlio Vittorio, appena rilevato il club dai Pontello, si ritrovano senza Baggio e con un tecnico non scelto da loro (Sebastião Lazaroni, che ha guidato la nazionale brasiliana ai mondiali italiani appena conclusi). Rimane Dunga, arrivano Fuser, il romeno Lăcătus ed il giovane Massimo Orlando. Torna Borgonovo che però non ripeterà la brillante stagione di due anni prima. La vittoria contro la Juventus, nel giorno del ritorno di Baggio da avversario e della grande coreografia, non salva una stagione da dimenticare, terminata nella parte bassa della classifica.

La prima vera campagna acquisti targata Cecchi Gori è quella dell’estate 1991: torna Carobbi, arrivano Branca, Maiellaro, Mazinho e soprattutto Gabriel Omar Batistuta, fresco trionfatore e capocannoniere con la nazionale argentina nella Coppa America. L’avvio ancora in salita costa la panchina a Lazaroni, ma anche il suo successore, Gigi Radice, non riesce a condurre la squadra oltre una posizione mediocre di classifica. In compenso esplode Batistuta che, dopo aver vinto la concorrenza di Branca e Borgonovo, mette in mostra tutta la sua potenza.

I botti di mercato arrivano nel 1992: le due stelle straniere Stefan Effenberg (nazionale tedesco) e Brian Laudrup (nazionale danese), e poi Daniele Carnasciali e Gianluca Luppi in difesa, Fabrizio Di Mauro a centrocampo e Francesco Baiano in attacco. Con un gioco aperto, offensivo e spregiudicato, la Fiorentina ottiene sonanti vittorie (sette gol all’Ancona) ma anche pesanti sconfitte (sette gol dal Milan). Dopo una sconfitta interna contro l’Atalanta, Vittorio Cecchi Gori, in un convulso dopo partita, esonera Gigi Radice ed affida la squadra ad Aldo Agroppi. E’ l’inizio della fine: prestazioni mediocri e pessimi risultati portano la squadra all’inaspettata retrocessione in serie B dopo oltre cinquanta anni. A niente serve il disperato tentativo della coppia Chiarugi-Antognoni che rileva in panchina Agroppi a cinque giornate dalla fine.

Per tornare subito in serie A i Cecchi Gori trattengono a Firenze tutti i giocatori più forti. Come unici stranieri consentiti in serie B, Batistuta ed Effenberg vengono preferiti a Laudrup ceduto in prestito al Milan. Il cammino verso l’immediato ritorno in serie A è affidato al tecnico romano Claudio Ranieri, che lancia anche alcuni giovani come il portiere Toldo e gli attaccanti Banchelli, Flachi e Robbiati. Il campionato cadetto viene vinto facilmente dai viola ma purtroppo Mario Cecchi Gori non avrà la soddisfazione di rivedere la sua amata Fiorentina in serie A perché viene a mancare a novembre. Il figlio Vittorio sale ai vertici della società.

Il 1994-95 è l’anno dell’arrivo di Manuel Rui Costa e della consacrazione di Gabriel Omar Batistuta, che batte un vecchio record andando a segno consecutivamente per le prime undici partite di campionato. La furia dell’argentino è incontenibile ed al termine della stagione Batigol metterà a segno 26 reti vincendo la classifica dei cannonieri. Nel primo anno in cui la vittoria viene premiata con tre punti, il campionato viola è una continua altalena di risultati. Il decimo posto finale non soddisfa nessuno, ma è netta la sensazione che, con giocatori come Toldo, Rui Costa, Batistuta e Baiano la strada per fare il salto di qualità sia davvero alla portata.

Ed infatti il primo successo per Vittorio Cecchi Gori e Claudio Ranieri arriva nel 1995-96. La difesa viene rinforzata con la coppia Amoruso-Padalino, il centrocampo trova solidità con lo svedese Schwarz ed in attacco Batistuta e Baiano (con Robbiati pronto a subentrare) si integrano alla perfezione. Il campionato dei viola è entusiasmante ma il rush finale premia il Milan. In Coppa Italia invece la Fiorentina vince sempre: supera in sequenza l’Ascoli, il Lecce, il Palermo e l’Inter, prima di trionfare sabato 18 maggio 1996 a Bergamo contro l’Atalanta. La quinta Coppa Italia della storia della Fiorentina verrà festeggiata a lungo, sia a Bergamo che, incredibilmente, sino a notte fonda al Franchi, dove gli spettatori, che hanno assistito su un maxischermo alla gara, attendono per ore il rientro della squadra. Il torneo si chiude con un record difficilmente uguagliabile: un en plein di otto vittorie su otto incontri (di cui cinque in trasferta) con ben 17 gol segnati e soltanto 3 subiti.

All’inizio della stagione successiva, San Siro ospita domenica 25 agosto 1996 la partita che assegna la Supercoppa italiana tra il Milan campione d’Italia e la Fiorentina, detentrice della Coppa Italia. In tutte le otto precedenti edizioni del trofeo, la squadra campione d’Italia ha sempre prevalso. A Milano la Fiorentina, nonostante alcune importanti defezioni (Baiano, Padalino, Serena), gioca da grande squadra e dopo dodici minuti Batistuta brucia sullo scatto Franco Baresi e scaraventa in rete da pochi passi. Dopo il pareggio rossonero di Savićević, nel secondo tempo Batistuta, con una perfetta punizione dal limite dell’area, assesta il colpo letale all’avversario. Un altro ambitissimo trofeo entra nella bacheca viola. In campionato invece, nonostante gli arrivi di Oliveira ed a gennaio di Kančel'skis, la squadra non va oltre il nono posto. In Coppa delle Coppe Batistuta zittisce il Camp Nou ma al ritorno il Barcelona elimina i viola in semifinale. Si chiude il ciclo Ranieri.
Terminato il ciclo Ranieri, sulla panchina viola arriva Alberto Malesani. Vengono ceduti Amoruso, Baiano, Carnasciali e Massimo Orlando, mentre Batistuta fa i capricci. Il bomber argentino vorrebbe cambiare aria ma rimane il trascinatore della squadra. Il campionato infatti inizia con la sua fantastica tripletta a Udine, nel triste giorno della morte di Lady Diana. La “ciliegina” di mercato arriva a gennaio dal Brasile e si chiama Edmundo. Il gradimento dei tifosi per il tecnico e la qualificazione alla Coppa UEFA non bastano a Malesani per essere riconfermato, a causa del rapporto conflittuale con Vittorio Cecchi Gori.

La campagna acquisti potenzia la rosa in maniera importante: Repka e Torricelli per la difesa, Amor e Heinrich per il centrocampo e l’inserimento definitivo di Edmundo per un attacco da sogno insieme a Batistuta e Oliveira, con Rui Costa trequartista. A dirigere la Fiorentina 1998-99 c’è Giovanni Trapattoni, uno dei migliori allenatori del momento, che conduce la squadra in vetta fino a febbraio, quando Batistuta si infortuna e Edmundo preferisce il carnevale brasiliano alle fatiche del campionato. Alla fine la Fiorentina arriverà terza, guadagnando il diritto di giocare i preliminari di Champions League. L’avventura in Coppa UEFA termina a causa della responsabilità oggettiva della società per la bomba carta di Salerno, ma la delusione più cocente arriva in Coppa Italia con la sconfitta nella doppia finale contro il Parma allenato dall’ex Malesani, che alzerà il trofeo proprio davanti al pubblico di Firenze.

Vittorio Cecchi Gori non ci sta e per la stagione 1999-00 rilancia: in difesa arrivano Adani e Pierini, a centrocampo Di Livio, Rossitto e l’australiano Okon, mentre in attacco Edmundo e Oliveira vengono rimpiazzati da Chiesa, Mijatović e dal vecchio Balbo. In campionato le cose non vanno per il verso giusto. Nei quarti di finale di Coppa Italia contro il Venezia, un rigore fallito da Chiesa all’ultimo minuto di recupero qualifica i lagunari a spese dei viola, i quali però onorano fino in fondo la Champions League. Tornata dopo trent’anni nella massima competizione continentale, la Fiorentina supera i preliminari battendo i polacchi del Widzew Łódź e supera anche la prima fase a gironi grazie alla epica vittoria di Wembley contro l’Arsenal. I viola si arrendono solo nella seconda fase, nonostante i sette punti ottenuti nelle prime tre gare del girone. Il campionato regala un piazzamento UEFA e soprattutto il record di gol in maglia viola in serie A di Batistuta. Dopo nove anni Batigol saluta Firenze con la tripletta al Venezia nell’ultima gara di campionato, raggiungendo quota 152 marcature. Anche Trapattoni chiude la propria esperienza in viola.

Per la panchina della Fiorentina 2000-01, la scelta della società cade sul turco Fatih Terim, fresco vincitore della Coppa UEFA con il Galatasaray, il cui gioco spregiudicato piace ai tifosi. Arrivano Amaral, Lassissi e Vanoli, mentre in attacco si cerca di rimpiazzare Batistuta con il brasiliano Leandro ed il portoghese Nuno Gomes. L’immediata eliminazione dalla Coppa UEFA per mano degli svizzeri del Tirol Innsbruck viene in parte compensata da alcune spettacolari prestazioni in campionato (soprattutto contro Inter e Milan) e dalla qualificazione per la finale di Coppa Italia. Ma gli screzi con Vittorio Cecchi Gori portano alle dimissioni dell’allenatore, seguito a ruota dal direttore generale Antognoni. In panchina Luciano Chiarugi, mister per una sola partita, precede l’arrivo di Roberto Mancini che ottiene una posizione tranquilla in classifica e soprattutto completa l’opera di Terim vincendo la sesta Coppa Italia della storia viola. Giovedì 24 maggio 2001, davanti al pubblico di casa, la Fiorentina pareggia contro il Parma grazie ad un bellissimo gol di Nuno Gomes e si aggiudica il trofeo in virtù della vittoria ottenuta nella gara di andata.

Le difficoltà economiche della società portano alle cessioni di Rui Costa al Milan e di Francesco Toldo all’Inter. Il confermato tecnico Roberto Mancini professa ottimismo, ma la stagione 2001-02 si trasforma in un calvario sportivo. Il grave infortunio di Chiesa precede di poco l’eliminazione dalla Coppa Italia e dalla Coppa UEFA. In campionato, nonostante l’arrivo in prestito dall’Inter del giovane talento Adriano, la squadra finisce in un vortice senza fine, con partite senza grinta e risultati disastrosi. La guida tecnica passa da Mancini a Chiarugi, a Bianchi e ancora a Chiarugi, il quale ha l’ingrato compito di accompagnare la squadra verso l’inevitabile retrocessione in serie B.
La squadra viene affidata alla saggezza di Eugenio Fascetti, tecnico esperto della serie cadetta, abile a far maturare giovani talenti, ma le tensioni interne, con calciatori da mesi senza stipendio, sono altissime. Il ritiro estivo della Fiorentina è decisamente turbolento, tra contestazioni e incertezze. L’agonia è comunque breve: la società di Vittorio Cecchi Gori non fornisce le garanzie necessarie per l’iscrizione al campionato di Serie B e così, dopo 76 anni di vita, la Associazione Calcio Fiorentina termina la sua gloriosa esistenza (verrà dichiarata fallita il 27 settembre 2002). Vengono meno tutti i contratti con i giocatori che pertanto sono liberi di cercarsi nuove sistemazioni e accasarsi altrove. Contemporaneamente, giovedì 1° agosto 2002, il sindaco di Firenze Leonardo Domenici fonda una nuova società con il nome di Fiorentina 1926 Florentia s.r.l. subito rilevata da Diego Della Valle e trasformata in s.p.a. con il nome di Florentia Viola. Diego Della Valle, noto imprenditore marchigiano del settore tessile e calzaturiero (con i marchi Tod’s, Hogan e Fay), insieme al fratello Andrea, garantisce così la continuità del football a Firenze. Si riparte senza squadra, senza maglie, senza palloni, senza sponsor e senza una sede, ma con entusiasmo e tanta passione. Gli ingredienti giusti per un’immediata risalita.

La Florentia Viola, con Gino Salica presidente e Giovanni Galli direttore sportivo, è costretta a ripartire dalla serie C2 con una nuova maglia e una squadra ricostruita da zero. Rimane soltanto capitan Di Livio. Ciò che non rappresenta una novità è l’amore dei tifosi che, come sempre e più di sempre, riempiono lo stadio. L’inizio in campionato è stentato e dopo nove giornate viene esonerato il tecnico Pietro Vierchowod in favore di Alberto Cavasin. Il cambio dà buoni risultati e, dopo un iniziale scivolone casalingo contro il Montevarchi, i ragazzi di Cavasin cominciano a volare grazie alle reti di Christian Riganò. Nella partita casalinga contro il Savona che determina la matematica promozione in serie C1, l’Artemio Franchi viene colorato di viola da oltre 35.000 spettatori. Pochi giorni più tardi, il 15 maggio 2003, Diego Della Valle rileva il marchio della vecchia società, restituendo alla squadra e a tutta Firenze il diritto a utilizzare il glorioso nome. La Florentia Viola si trasforma in ACF Fiorentina.

Nella stagione 2003-04, l’inatteso ripescaggio per meriti sportivi in serie B (eccezionalmente allargata a 24 squadre) spiazza sia la dirigenza che i tifosi. La società deve fare i conti con una rosa non adeguata per il torneo cadetto. Arrivano i primi gol di Riganò, ma non quelle vittorie in grado di assicurare la promozione in serie A. La rivoluzionaria campagna acquisti invernale rafforza ulteriormente il tasso tecnico. Emiliano Mondonico, subentrato nel frattempo a Cavasin, con una rimonta straordinaria, porta la squadra allo spareggio contro il Perugia (arrivato quart’ultimo in Serie A). In 180 minuti i viola si giocano i sacrifici del recente passato e le speranze di un futuro migliore, che ora sembra vicinissimo ma che bisogna comunque ancora conquistare sul campo. Sarà Enrico Fantini, uno dei nuovi acquisti di gennaio, a segnare le reti che consentono alla Fiorentina di espugnare Perugia e di pareggiare in casa la gara di ritorno. A tempo di record, dopo meno di 23 mesi dal fallimento, la Fiorentina è di nuovo in Serie A.

L’ambizione della famiglia Della Valle si evidenzia nel mercato estivo che consegna a Firenze giocatori come il giapponese Nakata, la giovane promessa Portillo in prestito dal Real Madrid, il nazionale danese Jørgensen, il nazionale ceco Ujfaluši, oltre a Chiellini, Miccoli e Maresca. A dicembre Gino Salica si dimette e la carica di presidente viene assunta direttamente da Andrea Della Valle. A gennaio arrivano anche il bulgaro Božinov, Donadel e Pazzini, ma la prima stagione in serie A della gestione Della Valle è più che travagliata. Tra arbitraggi discutibili e l’avvicendamento di tre allenatori (Mondonico, Buso e Zoff), la Fiorentina si salva soltanto all’ultima giornata vincendo in casa contro il Brescia. E’ questa l’ultima partita per Angelo Di Livio che lascia l’attività a quasi 39 anni.

La stagione 2005-06 segna l’inizio di un quinquennio ricco di soddisfazioni, contraddistinto dalla presenza di una nuova coppia tecnico-dirigenziale: l’allenatore Cesare Prandelli e il direttore sportivo Pantaleo Corvino. Il tecnico lombardo porta grande entusiasmo tra i tifosi e si dimostra anche un ottimo motivatore all’interno dello spogliatoio, capace di creare uno zoccolo duro di giocatori su cui poter contare. Tra questi Frey, Gamberini, Montolivo e Pasqual. Nel 2005 arriva anche Luca Toni, autore di 50 gol negli ultimi due anni a Palermo. L’attaccante si rivela decisivo e contribuisce con 31 gol alla conquista del quarto posto che significa Champions League, ma il terremoto di Calciopoli si abbatte sul calcio italiano determinando lo sconvolgimento della classifica. I viola sono penalizzati di 30 punti e perdono il diritto di disputare la massima competizione europea.

Un altro pesante fardello viene ereditato anche nella stagione successiva, che vede i viola protagonisti di un vero miracolo sportivo. Grazie alla permanenza di Toni ed all’arrivo di Adrian Mutu, i ragazzi di Prandelli, partiti con una penalizzazione di 19 punti (poi ridotti a 15), non si limitano a raggiungere una tranquilla salvezza ma si tolgono la soddisfazione di conquistare un piazzamento utile per tornare in Europa.

Mantenuta sostanzialmente invariata la rosa, la Fiorentina 2007-08 continua a far sognare i tifosi in tutte le manifestazioni in cui è impegnata. Luca Toni saluta Firenze per Monaco di Baviera e viene sostituito da Pablo Daniel Osvaldo e Christian Vieri. La Coppa Italia sfuma nei quarti di finale ma in Coppa UEFA i viola arrivano ad un passo dalla finalissima, sconfitti ai calci di rigore in semifinale dagli scozzesi dei Rangers. In compenso, due settimane più tardi allo stadio Olimpico di Torino, grazie ad una splendida rovesciata di Osvaldo a pochi minuti dalla fine, conquisteranno i tre punti necessari per disputare finalmente il preliminare di Champions League.

Per la stagione 2008-09, in vista del difficile impegno europeo, Corvino mette a segno alcuni importanti colpi di mercato come il peruviano Vargas per la difesa, il brasiliano Felipe Melo per il centrocampo ed il campione del mondo Alberto Gilardino per l’attacco. Dal Partizan di Belgrado arriva anche il giovane talento montenegrino Stevan Jovetić. Il preliminare contro lo Slavia Praha viene superato agevolmente, ma nella fase a gironi il Bayern München e l’Olympique Lyonnais si dimostrano più forti. Ai viola non rimane che il terzo posto nel girone ed il diritto di proseguire il cammino in Coppa UEFA, dalla quale vengono poi eliminati ad opera dell’Ajax. In campionato la Fiorentina è una garanzia e centra per la seconda volta consecutiva la qualificazione alla Champions League. Alla fine il quarto posto in classifica viene condiviso con il Genoa nei cui confronti i viola sono però in vantaggio grazie anche all’incredibile pareggio di Marassi di metà febbraio, allorquando una tripletta di Mutu aveva rimesso in equilibrio una gara che li vedeva sotto di tre gol.

Il campionato 2009-10 non riserva le stesse soddisfazioni. Andrea Della Valle lascia a Mario Cognigni la carica di presidente. Corvino conclude un’importante operazione di mercato con la Juventus cedendo Felipe Melo, mentre a Firenze arrivano Marchionni e Zanetti. In difesa si punta su De Silvestri e Natali. A gennaio arriva Ljajić ma partono due bandiere come Dainelli e Jørgensen. All’inizio del girone di ritorno (in concomitanza con la squalifica di Mutu per uso di sibutramina, una sostanza dimagrante non permessa), cinque sconfitte nelle prime otto partite pregiudicano irrimediabilmente la classifica, mentre in Coppa Italia l’Inter di Mourinho interrompe in semifinale il cammino dei viola. Le cose migliori arrivano dalla Champions League. Superati i portoghesi dello Sporting nel preliminare, la Fiorentina vince il proprio girone perdendo la prima partita a Lione e vincendo tutte le rimanenti, compresa l’ultima a Liverpool nel mitico stadio di Anfield, sotto una immancabile pioggia e davanti a tremila tifosi viola impazziti di gioia. Purtroppo, negli ottavi di finale contro il Bayern München, un incredibile errore arbitrale a Monaco di Baviera ed una prodezza di Robben a Firenze mettono fine al sogno europeo ed al ciclo di mister Prandelli.

Dopo cinque anni, la Fiorentina del 2010-11 cambia tecnico e chiama Siniša Mihajlović per sostituire Cesare Prandelli, diventato C.T. della Nazionale italiana. Arrivano il portiere polacco Boruc, il centrocampista D’Agostino ed il laterale Cerci, ma Jovetić si infortuna gravemente nel ritiro estivo e dovrà saltare tutta la stagione. Nonostante l’ottimismo della società e dello stesso Mihajlović, la squadra non decolla, i giocatori della vecchia guardia sembrano aver dato il massimo ed il progetto stenta a ripartire. Senza il suo uomo di maggior valore, eliminata in modo incredibile dalla Coppa Italia ad opera del Parma, la Fiorentina non riesce a mostrare un gioco convincente né a garantire risultati accettabili.

Dopo il tira e molla estivo, Mihajlović decide di rimanere sulla panchina viola anche per il campionato 2011-12, ma si capisce che la situazione non è stabile. Alcuni esponenti dell’era Prandelli (Frey, Donadel, Mutu e Santana) salutano Firenze. Torna in campo Jovetić dopo l’infortunio, ma il mercato non è di quelli che fanno sognare (Cassani, Kharja, Lazzari, Munari, Rômulo, Nastasić, Santiago Silva). Come prevedibile, alle prime difficoltà il tecnico serbo viene rilevato, a furor di popolo, da Delio Rossi. A gennaio l’attacco deve fare a meno anche di Gilardino, ceduto al Genoa, e di Santiago Silva, rispedito in Argentina. Dalla Juventus arriva Amauri, ma i risultati incostanti della squadra contribuiscono a creare un clima di nervosismo e sfiducia. La pesante sconfitta interna (0-5) contro la Juventus (che costa il posto a Pantaleo Corvino) ed il litigio Rossi-Ljajić in diretta tv durante la partita contro il Novara (che costa il posto al tecnico) rappresentano il punto più basso della stagione viola. Dopo l’inevitabile esonero di Delio Rossi, il club manager Guerini traghetta la squadra verso la salvezza nelle ultime due partite di campionato, prima che la società decida per un cambiamento radicale, sia negli uomini che nella filosofia di gioco.

Nell'estate del 2012 gli arrivi del nuovo direttore sportivo Pradè, del nuovo direttore tecnico Macia, ma soprattutto del nuovo mister Vincenzo Montella segnano una brusca inversione di tendenza nelle scelte societarie. Non più accentramento di potere, ma decisioni collettive e condivise. In campo, invece, l'obiettivo è quello di divertire e far riavvicinare i tifosi alla squadra. A tal proposito il mercato estivo assume i contorni di una vera e propria rivoluzione. Partono gli ultimi fedelissimi del ciclo Prandelli (Gamberini, Kroldrup, Natali, Marchionni, Montolivo, Vargas) ed arrivano nuovi calciatori funzionali alla nuova filosofia di gioco incentrata sulla tecnica e sul possesso della palla. Gonzalo Rodríguez, Roncaglia, Savić e Tomović diventano subito colonne della difesa, mentre il centrocampo, le cui chiavi vengono affidate alla sapiente regia di David Pizarro, viene imbottito di calciatori dai “piedi buoni” come Aquilani, Borja Valero, Cuadrado e Matías Fernández. L'attacco viene rinforzato dall'arrivo del marocchino El Hamdaoui e soprattutto dal clamoroso ritorno a Firenze di Luca Toni.

Il gioco tecnico e divertente proposto dalla squadra porta anche risultati immediati. Il piccolo debito con la buona sorte derivante dalla vittoria all'ultimo minuto alla prima giornata di campionato contro l'Udinese (doppietta di Jovetić) si trasforma ben presto in credito, dal momento che la Fiorentina lascia per strada punti importanti in modo sfortunato e talvolta incredibile (vedi pareggio di Parma o sconfitta casalinga con il Pescara subito dopo la sosta natalizia). Ma ormai il solco è tracciato e i viola danno spettacolo anche in trasferta, come testimoniano le otto vittorie esterne tra le quali spicca quella di San Siro contro il Milan. A pochi minuti dal termine del campionato, in un'ultima giornata ricca di emozioni e polemiche, sarà proprio la squadra rossonera a soffiare ai viola il terzo posto in classifica (ultimo utile per la partecipazione alla Champions League), nonostante l'ottimo bilancio finale di 70 punti. La Fiorentina si consola con il ritorno in Europa dopo quattro anni e soprattutto con il ritorno in campo di Giuseppe Rossi, il forte attaccante italo-americano ancora in fase di riabilitazione, acquistato a sorpresa durante la precedente sessione invernale di mercato.

Proprio “Pepito” Rossi e Mario Gómez, centravanti della nazionale tedesca acquistato dalla Fiorentina nell'estate 2013, sono gli attaccanti sui quali si punta per la stagione 2013-14, in sostituzione della coppia Jovetić-Ljajić (ceduti) e di Luca Toni (svincolato). Il tasso tecnico della squadra si alza ulteriormente con l'arrivo di Iličić dal Palermo, di Joaquín dal Málaga e dell'esperto Ambrosini dal Milan. Il bel gioco della Fiorentina di Montella è ormai collaudato e viene seguito con curiosità anche oltre confine. I tifosi sognano il titolo ed il trio di attacco Cuadrado-Rossi-Gómez promette sfracelli, ma alla terza giornata di campionato il centravanti tedesco si infortuna al ginocchio, mentre Giuseppe Rossi lo imita subito dopo la sosta natalizia. Il destino terrà sempre fuori, a turno, almeno uno dei due, e la squadra può soltanto ripetere il quarto posto del campionato precedente, con la sola soddisfazione della memorabile vittoria casalinga del 20 ottobre 2013 contro la Juventus per 4-2 grazie alla tripletta di Giuseppe Rossi.



L'eliminazione dalla Europa League per mano della Juventus e la sconfitta nella finale di Coppa Italia contro il Napoli nella triste serata di Roma contribuiscono ad aumentare i rimpianti per ciò che poteva essere e non è stato.

La stagione 2014-15 si apre con l'ennesimo infortunio di Giuseppe Rossi al ginocchio destro durante la preparazione estiva. Stavolta il ragazzo dovrà saltare tutta la stagione. La difesa della porta viene affidata al romeno Tătărușanu e per il centrocampo viene acquistato il croato Badelj. Il contributo assicurato da Mario Gómez e dai giovani Babacar e Bernardeschi è saltuario (anche a causa di infortuni) ed i risultati della squadra sono altalenanti. Al mercato invernale la società corre ai ripari e si assicura il prestito di Diamanti e Gilardino dai cinesi del Guangzhou ma soprattutto quello dell'egiziano Salah dal Chelsea. Quest'ultimo si inserisce in maniera istantanea nei meccanismi della squadra e risolve numerose partite con la sua tecnica e la sua velocità. Ma la squadra paga a caro prezzo le sconfitte casalinghe con Verona e Cagliari e, nonostante le cinque vittorie consecutive nelle ultime cinque giornate, deve accontentarsi ancora del quarto posto finale.

Come magra consolazione rimane l'ottimo cammino in coppa della Fiorentina, eliminata soltanto in semifinale sia dalla Coppa Italia che dalla Europa League dalle stesse squadre che avrebbero poi vinto tali competizioni (Juventus e Sevilla).

Con l’avvento della famiglia Della Valle alla guida della squadra di Firenze, un vero e proprio stile Fiorentina inizia ad affermarsi. Iniziative concrete quali “Viola Fair” (la premiazione volta a incentivare la correttezza presso i tifosi), il “Terzo Tempo” (nel quale a fine gara i giocatori avversari vengono salutati ed applauditi dalla squadra di casa) e il “Cartellino Viola” (premio dedicato a chi dimostra in campo correttezza e lealtà fuori dal comune) hanno profondamente inciso sulla mentalità di tutto l'ambiente calcistico italiano. A ciò va aggiunta la creazione della Fondazione Fiorentina Onlus nel 2008 e, dall’agosto 2010, la sponsorizzazione solidale a favore di Save The Children, la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa dei diritti dei bambini. Solo il Barcelona ha fatto tanto in Europa in tema di sponsorizzazioni solidali collaborando con Unicef.

La celebre scritta multilingue “il calcio è un divertimento” messa in mostra sulle maglie durante il precampionato 2010-11 ha rafforzato il messaggio del club di Firenze rivolto all’intero mondo del football. I riconoscimenti per la correttezza della società e del pubblico di Firenze sono giunti da tutto il mondo sportivo e la UEFA ha invitato tutti i club europei a imitare il “modello Fiorentina”.

Fatto rilevante nella storia del club è la creazione della Fondazione Fiorentina Onlus, nata il 7 luglio 2008, in funzione della volontà di ACF Fiorentina di impegnarsi attivamente per l’aiuto e la difesa delle realtà sociali più bisognose attraverso una struttura dedicata e stabile, tutelando in particolare i bambini, i malati e quanti si trovano in una situazione disagiata e difficile.

Inoltre, a partire dal 2010 e con cadenza annuale, la società partecipa alla realizzazione a Firenze del Derby Storico Fiorentino (incontro benefico tra le rappresentative del Club Sportivo Firenze e della Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas, dalla fusione delle quali nel 1926 nacque la Fiorentina) e della Florence Football Cup (torneo amichevole in collaborazione con le vecchie glorie viola a favore della Fondazione Stefano Borgonovo, manifestazione preceduta da un convegno sulle malattie neurodegenerative).

Infine, il 2 agosto 2012 viene costituita la Foundation for Sports History Museums, una fondazione realizzata grazie alla congiunzione di tre importanti soggetti cittadini (ACF Fiorentina, Museo Fiorentina e Associazione Fiorentini nel Mondo) per dare vita a un ente culturale all’altezza di Firenze dedicato alla storia del calcio e dello sport in questa città.

Foundation for Sports History Museums si prefigge di dare vita al Museo Fiorentina con esposizioni temporanee e permanenti di cimeli e documenti significativi della tradizione sportiva del club e di realizzare pubblicazioni e supporti didattici letterari e multimediali sulla storia della Fiorentina per la gioia degli appassionati e per la formazione delle future generazioni di tifosi viola.

La Fiorentina è dunque la dimostrazione tangibile che la storia del calcio non si fa soltanto con trofei, vittorie o piazzamenti prestigiosi in manifestazioni sportive nazionali e internazionali, ma anche attraverso la promozione della lealtà, della solidarietà e della cultura sportiva.

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